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Il packaging come progetto

Tra nuovi materiali, tecnologie intelligenti, normative europee in rapida evoluzione e modelli circolari, il settore è attraversato da trasformazioni profonde. Ne abbiamo parlato con Carlo Branzaglia (Accademia di Belle Arti di Bologna), Paola Fabbri (Università di Bologna), Stefano Farris (Università degli Studi di Milano) e Paolo Tamborrini (Università di Parma e Politecnico di Torino).

Da elemento deputato alla protezione e al contenimento, è diventato un campo di sperimentazione in cui convergono ricerca sui materiali, sviluppo tecnologico, progettazione e nuovi modelli di consumo. In questo scenario, parlare di innovazione nel packaging significa confrontarsi con molte direzioni: dalla trasformazione dei materiali alle tecnologie intelligenti, fino ai modelli di economia circolare. Le normative europee si succedono a ritmo accelerato, in direzioni non sempre lineari, mentre le aziende sono strette tra costi crescenti, aspettative estetiche e obblighi di legge. E il design, storicamente mediatore tra tecnica e mercato, deve tradurre tutte queste esigenze. Un insieme articolato di traiettorie che stanno ridefinendo il ruolo stesso dell’imballaggio all’interno dei sistemi prodotto-servizio.

Per capire quali direzioni percorrere, abbiamo raccolto quattro prospettive diverse: Carlo Branzaglia, docente di Design System all’Accademia di Belle Arti di Bologna e membro del Consiglio Direttivo ADI (Associazione per il Disegno Industriale), le cui ricerche vertono sul rapporto fra design e filiere produttive; Paola Fabbri, professoressa di Scienza e Tecnologia dei Materiali presso il DICAM – Dipartimento di Ingegneria Civile, Chimica, Ambientale e dei Materiali dell’Università di Bologna, dove si occupa di materiali per il packaging sostenibile e di ricerca applicata all’industria; Stefano Farris, professore ordinario di Food Packaging presso l’Università degli Studi di Milano; Paolo Tamborrini, professore ordinario di Design con doppia affiliazione presso l’Università di Parma e il Politecnico di Torino, responsabile scientifico dell’Innovation Design Lab e presidente del corso di laurea in Design sostenibile per il sistema alimentare.

Materiali: tra evoluzione normativa e nuove traiettorie di ricerca

Uno dei principali ambiti di innovazione riguarda i materiali, al centro di un cambiamento guidato sia dalla ricerca scientifica sia dalle recenti direttive europee. Come evidenzia Paola Fabbri, negli ultimi anni si è assistito a un rapido spostamento delle priorità: «Il passaggio da Horizon 2020 a Horizon Europe (i programmi quadro dell’Unione Europea per il finanziamento della ricerca e dell’innovazione, ndr) ha segnato una discontinuità profonda: parole come “bio-based” o “organico” sono scomparse dai documenti ufficiali, sostituite da riciclato e riciclabile, in un cambio di paradigma che ha lasciato molti investimenti industriali senza riferimento normativo. Il problema non è banale: termini come bio-based hanno una misurabilità analitica precisa, verificabile, ad esempio, attraverso l’impronta di carbonio. La riciclabilità, invece, dipende in larga misura dalle infrastrutture presenti sul territorio: un materiale teoricamente riciclabile in Germania non lo è necessariamente altrove.

Abbiamo creato un sistema di pochissima chiarezza — prosegue Fabbri — penso al termine bioplastica: abusato e malinterpretato, usato in maniera volutamente non chiara». Su questo sfondo si inserisce il Regolamento UE 2025/40 (PPWR) (Packaging and Packaging Waste Regulation) che introduce obiettivi stringenti su riduzione, riuso e riciclabilità degli imballaggi, e obbliga le aziende a ripensare i propri sistemi di confezionamento in modo strutturale. Il rischio, però, è che questa spinta normativa venga vissuta come vincolo più che come opportunità. Sul fronte della ricerca, il principale cambio di rotta riguarda i pack monomateriale. «Queste configurazioni, che utilizzano prevalentemente un unico polimero, con strati aggiuntivi ridotti al minimo rappresentano l’approccio più efficace per aumentare il tasso di riciclo, sostituendo strutture multistrato difficilmente separabili » spiega Stefano Farris.

Si tratta dell’approccio più efficace per aumentare il tasso di riciclo, sostituendo strutture multistrato difficilmente separabili. Accanto a questo filone, continua lo sviluppo di materiali da fonti alternative. «Possiamo ottenere fibre di cellulosa da residui dell’industria agroalimentare, come birra, caffè o cereali, ma anche da biomasse naturali come la Posidonia oceanica o la canna comune», aggiunge Farris. Soluzioni che si inseriscono in una logica di economia circolare, con l’obiettivo di ridurre l’impiego di risorse vergini e valorizzare materiali di scarto.

Oltre la sostituzione: i limiti delle “alternative” alla plastica

Emerge intanto la necessità di superare una lettura semplificata basata sulla sostituzione diretta. «Parlare di alternative alla plastica senza competenze tecniche – osserva Fabbri – significa muoversi su un piano emotivo. Per agire in maniera efficace occorre conoscere la processabilità, la reologia, la fabbricabilità dei materiali: parametri che non possono essere ignorati sull’onda dei trend». L’esempio più evidente riguarda la carta. Spesso indicata come il naturale sostituto della plastica, presenta limiti significativi in termini di proprietà barriera al vapore d’acqua e ai gas, che ne riducono l’efficacia soprattutto nel packaging alimentare. Per compensare queste carenze, si ricorre a laminazioni e coating che compromettono le logiche di progettazione monomateriale. Molti materiali percepiti come sostenibili presentano limiti prestazionali concreti e le soluzioni ibride che ne derivano, pur migliorando alcune caratteristiche, finiscono spesso per complicare i processi di riciclo. In questo contesto, l’innovazione riguarda soprattutto la capacità di utilizzare in modo più consapevole i materiali esistenti, ottimizzando le prestazioni in funzione dello specifico ambito applicativo (alimentare, cosmetico, industriale).

Packaging attivo e intelligente: nuove funzioni per la conservazione e il controllo

Parallelamente allo sviluppo dei materiali, il packaging sta acquisendo un ruolo sempre più attivo grazie all’integrazione di tecnologie avanzate. Una prima direzione è rappresentata dagli active packaging: imballaggi che interagiscono con l’ambiente interno della confezione, ad esempio assorbendo ossigeno o rilasciando agenti antimicrobici. Queste soluzioni consentono di prolungare la shelf life dei prodotti e migliorare la sicurezza alimentare, intervenendo sulle condizioni di conservazione. Possono essere integrate come additivi nel polimero, come strati sottili applicati alla superficie, o come elementi fisici inseriti nella confezione.

A queste si affianca il cosiddetto intelligent packaging, basato su sensori e indicatori: «Sistemi in grado di monitorare parametri come temperatura, freschezza o presenza di gas, fornendo informazioni in tempo reale sullo stato del prodotto» spiega Farris. «Gli indicatori tempo-temperatura, ad esempio, tracciano la storia termica di un prodotto lungo tutta la catena distributiva; quelli di freschezza cambiano colore in funzione dello stato del prodotto». Nonostante il potenziale, la diffusione su larga scala di queste soluzioni è ancora limitata. «I principali ostacoli riguardano i costi, l’impatto sul consumatore e la gestione delle responsabilità lungo la filiera» aggiunge Farris. Quest’ultimo punto è cruciale: se un indicatore segnala un’interruzione della catena del freddo, a chi è imputabile? Finché questa domanda non troverà una risposta condivisa, l’adozione di queste tecnologie resterà parziale.

Packaging connesso: tra digitale e tracciabilità

Un ulteriore ambito di innovazione è l’integrazione con le tecnologie digitali, che trasformano la confezione da oggetto passivo a nodo attivo di una rete di informazioni. QR code, RFID e sistemi NFC offrono accesso a informazioni sulla tracciabilità, sull’autenticità e sui servizi associati. Secondo Farris, «le tecnologie IoT consentono al packaging di comunicare in tempo reale lungo tutta la supply chain». Più recentemente, l’integrazione con sistemi di intelligenza artificiale apre nuove possibilità: dalla previsione del deterioramento dei prodotti all’ottimizzazione logistica, fino all’analisi dei dati raccolti dai sensori per migliorare la progettazione dei materiali stessi in un ciclo di feedback continuo.

Progettare al di là degli slogan

Anche il packaging design sta attraversando una propria trasformazione, in cui le spinte tecnologiche devono sempre fare i conti con «una sensibilità dell’utente sempre più variegata in termini di contesti d’uso, modalità multi e intraculturali, accessibilità e inclusione» racconta Carlo Branzaglia. «La sostenibilità non rappresenta più un’aggiunta etica opzionale, ma una dimensione costitutiva del progetto». Il design ha sempre avuto un ruolo centrale nella costruzione dell’identità di marca. «Non a caso diverse fra le principali strutture di branding, a livello nazionale e internazionale, nascono dal packaging design — aggiunge Branzaglia — ma il paesaggio competitivo è cambiato profondamente. La proliferazione delle marche, la presenza massiccia delle private label, la nascita di brand che provengono dal mondo dei servizi anziché dalla produzione: in questo scenario affollato, il packaging diventa uno strumento di differenziazione sempre più sofisticato». A ciò si aggiunge una dimensione etica che è anche una sfida formativa. «I designer devono diventare “anello di congiunzione” tra ricerca sui materiali e comunicazione, imparando a capire le proprietà tecniche per poter trasferire messaggi onesti e corretti» spiega Fabbri. «Il designer – aggiunge Branzaglia – è sempre più un facilitatore di filiera, capace di generare coinvolgimento e consapevolezza tra i diversi attori». La sfida oggi consiste nel rendere leggibile la complessità, senza ridurla a slogan.

Sistemi e modelli circolari: fare rete per cambiare scala

L’innovazione nel packaging non si gioca solo sul prodotto, ma sul sistema in cui è inserito. Modelli basati sul riuso richiedono infrastrutture dedicate e il coinvolgimento della filiera. Il packaging ricaricabile, il vuoto a rendere, i sistemi di distribuzione con ritiro dei contenitori: soluzioni che esistono già ma che non scalano perché spesso mancano i punti di raccolta, i sistemi di verifica, gli accordi tra produttori e distributori. «Esistono casi che dimostrano come l’innovazione sistemica sia possibile quando c’è volontà di costruire relazioni tra soggetti diversi sul territorio » spiega Paolo Tamborrini. «È il caso di PilPack, sistema di gestione della posologia di farmaci sviluppato da IDEO per Amazon: non un semplice pack, ma un sistema che mette in relazione paziente, medico e farmacia ». Tamborrini sottolinea la necessità di introdurre tra le sfide progettuali l’inclusione delle differenze, dove per diversity si intende anche accessibilità, in termini fisici e mentali, ma anche culturali e comportamentali. In una società che invecchia, l’attenzione verso chi presenta deficit prestazionali non è solo un imperativo etico, ma un moltiplicatore di qualità progettuale: ciò che è necessario per alcuni risulta utile per tutti.

La stampa come snodo del packaging sostenibile

Il ruolo dei processi di stampa e finitura emerge come un nodo trasversale che coinvolge materiali, design e filiere industriali. Inchiostri, vernici, adesivi e trattamenti superficiali rappresentano elementi essenziali per definire le prestazioni di un imballaggio e incidono in maniera significativa sulla sua effettiva riciclabilità, anche quando il supporto è progettato secondo logiche monomateriale. Dal punto di vista tecnico, il settore ha ampiamente metabolizzato soluzioni a minore impatto ambientale, come inchiostri a base acqua, sistemi UV a bassa migrazione e tecnologie di stampa digitale più flessibili e orientate alla riduzione degli sprechi. Le scelte grafiche e tecnologiche si intrecciano con vincoli materiali sempre più stringenti, richiedendo un approccio progettuale integrato in cui comunicazione visiva e ingegneria dei materiali devono dialogare costantemente.

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