Dal restyling al concetto di “design globale”, fino all’analogia con il mondo dell’arte: il direttore artistico Mario Di Paolo racconta come il concorso è diventato un luogo di confronto e di crescita collettiva per l’intera filiera.
Di Michela Pibiri
Con il restyling del 2024, sotto la direzione artistica di Mario Di Paolo, il Vinitaly Design Award si è trasformato in una piattaforma di dialogo che coinvolge designer, aziende, stampatori, esperti di comunicazione e tecnici di settore. Non più solo una competizione, ma un processo di confronto e aggiornamento costante, in cui il design viene analizzato nella sua complessità: estetica, funzionale, tecnica e culturale. L’edizione 2026 è ancora tutta da giocare: le candidature sono aperte fino all’11 marzo e l’11 aprile verranno decretati i progetti vincitori. Nel frattempo, Mario Di Paolo ha condiviso con noi alcune riflessioni sul senso e il valore del premio.
Siamo arrivati al terzo anno del nuovo corso. Che cosa è cambiato rispetto al passato?
Abbiamo completamente riorganizzato un concorso storico che aveva bisogno di un aggiornamento profondo. Il nostro obiettivo era ricentrare il focus sul design, ma interpretandolo in modo più ampio: non solo estetica, ma equilibrio tra bellezza, funzionalità, tecnica e mercato.
Oggi il Vinitaly Design Award è un concorso tecnico, ma anche un luogo di formazione e confronto. L’abbiamo arricchito con una giuria di trenta professionisti — designer, esperti di comunicazione, legali, tecnici, buyer — che osservano i progetti da prospettive diverse. Così il concorso è diventato una vera community, un sistema che mette in relazione tutte le figure che concorrono alla qualità di un prodotto
È interessante che parli di “community” più che di competizione.
Sì, perché la competizione è solo l’aspetto visibile. Il valore vero è nel confronto.
Un concorso come questo non serve soltanto a premiare, ma a misurare la vitalità di un settore, a creare occasioni di scambio tra designer, stampatori, produttori e comunicatori. È un modo per osservare come evolvono linguaggi, tecniche, materiali e strategie di mercato.
Vinitaly è sempre stato un grande contenitore di aggiornamento, e il Design Award oggi riflette questa funzione: è una scuola che insegna guardando. E lo fa tenendo insieme innovazione e tradizione, sperimentazione e metodo.
Oggi il concorso ha un respiro più ampio, che va oltre il vino.
Esatto. Il design del vino resta centrale, ma abbiamo esteso il raggio a tutto ciò che nasce da un processo agricolo o artigianale: spirits, olio, birra, bevande gastronomiche. È un mondo interconnesso. Il design è un linguaggio trasversale che vale per tutti questi ambiti.
Questa apertura ha permesso anche di alzare il livello della competizione: studi, aziende e produttori stanno portando progetti sempre più evoluti, più internazionali, più consapevoli. È un segnale che il concorso sta funzionando come piattaforma di crescita.
Una grande novità è la designazione di Michelangelo Pistoletto come presidente onorario della giuria. Un grande artista che presiede un evento di filiera nel mondo del vino, come mai?
Michelangelo Pistoletto è una vera e propria guida spirituale, con una visione ampia, che incarna perfettamente la creatività nei suoi aspetti filosofici e tecnici. Avere una persona di così alto livello a guidarci aiuta a ridefinire il ruolo della nostra professione in un momento storico così delicato. Pistoletto è padre del linguaggio creativo contemporaneo, il suo lavoro è una continua ricerca di fronte a domande fondamentali: l’arte per lui è il mezzo per cercare delle verità, ma anche per analizzare tematiche complesse di natura etica, come il rapporto tra l’uomo e la produzione. E c’è da dire poi che arte e vino hanno numerose analogie. Sono entrambi frutto del lavoro umano, un lavoro che richiede una lunga maturazione e che crea un valore che va oltre il percepito della materia prima. Si tratta di una vera e propria sublimazione che, attraverso rituali quotidiani, dà vita a “oggetti” contesi e desiderabili: se ci pensiamo, sia le opere d’arte che le bottiglie di vino finiscono all’asta. E il mondo del vino ha sempre, storicamente, messo l’arte al centro. Scegliere un artista del calibro di Pistoletto significa consacrare questa analogia.
Cos’altro dobbiamo aspettarci per l’edizione 2026?
Ci saranno diverse novità. Abbiamo introdotto categorie nuove, come quella dedicata alle bevande gastronomiche, che rappresentano un trend emergente con un potenziale enorme.
Ci sarà un premio alla sostenibilità certificata, valutato da un ente terzo secondo criteri tecnico-scientifici. È un passo necessario: non basta usare un materiale riciclato per parlare di sostenibilità, bisogna considerare l’intero processo. E poi continuiamo a lavorare su due ambiti che mi stanno molto a cuore: la categoria Concept, che lascia spazio alla ricerca, alle visioni non ancora industrializzabili, e il Premio Studenti, pensato per dare voce a chi sta formando la sensibilità di domani.
Il nuovo regolamento ha aperto le candidature a tutti gli attori della filiera. Com’è cambiata la partecipazione?
Prima potevano iscriversi solo le aziende, ora invece possono farlo anche designer, stampatori, fornitori, chiunque detenga la proprietà intellettuale del progetto.
È un passaggio importante, perché consente di far emergere la complessità reale del lavoro. Il design non è un esercizio solitario: è la somma di competenze che vanno dall’agronomia alla stampa, dalla progettazione al marketing.
Oggi partecipano in modo equilibrato sia studi di design che aziende. È il segno che il concorso viene percepito come una piattaforma aperta, non come un’arena chiusa di specialisti.
Il design, visto così, sembra avere un ruolo “strutturale”, non solo estetico.
Esatto. Il design è la pelle di un sistema complesso, ma dietro quella pelle c’è un’architettura.
Non può esistere una facciata senza calcolo strutturale: dietro un’etichetta ci sono lavoro agricolo, ricerca tecnica, scelta dei materiali, stampa, strategia commerciale.
Il designer ha il compito di tradurre tutto questo in un linguaggio coerente, leggibile e competitivo. Quando riesce a rappresentare l’identità profonda di un prodotto, quel prodotto diventa unico.
È in questo senso che parlo di design globale: non solo forma, ma equilibrio tra tutte le forze che generano valore.
Guardando avanti, che direzione vuoi dare al Vinitaly Design Award?
Mi interessa che rimanga un luogo di osservazione e di dialogo. Un momento in cui le professionalità della filiera — dal design alla stampa, dalla produzione alla comunicazione — si confrontano su come cambia il mercato e su come cambiano i linguaggi.
Il Vinitaly Design Award non è un punto di arrivo, ma un laboratorio che ogni anno misura lo stato dell’arte e aiuta a ridefinire i codici del design italiano applicato al vino e alle bevande.
Le candidature all’edizione 2026 del Vinitaly Design Award sono aperte fino all’11 marzo. Tutte le informazioni qui: https://www.vinitaly.com/premi/vinitaly-design-award/











