
Materia, stampa e immaginazione. Sono alcuni degli ingredienti del lavoro di Marco Maggioni, designer di prodotto che negli anni ha delineato una personale interpretazione del display design, creando uno stile ispirato alle forme naturali che gli è valso numerosi premi internazionali, tra cui Compasso D’Oro, Red Dot e ADI. Tra evoluzioni tecnologiche e contaminazione di linguaggi, Maggioni ci racconta come l’arte espositiva diventa protagonista del racconto di marca.
Dentro il display design ci sono molte cose. Il racconto della marca e la capacità di offrire i prodotti al loro meglio, innescando una connessione immediata con chi visita un punto vendita. Per chi progetta, si tratta di offrire soluzioni funzionali, certo, ma anche e soprattutto di inventare qualcosa in grado di attrarre, stupire, emozionare. In breve, di distinguersi dal rumore di fondo. Per farlo, è necessario prima di tutto interrogare gli strumenti con cui si lavora, dalla materia – comprendendone la natura – ai modi per trasformarla in messaggio. Un dialogo continuo tra l’immaginabile e il realizzabile, con una grande voglia di sperimentare: è questa la strada intrapresa da Marco Maggioni, che abbiamo incontrato nello spazio Elementaria, da lui ideato e curato, all’interno di una fiera di settore lo scorso autunno.
Partiamo dall’inizio: come si forma il tuo sguardo di designer?
Mi sono diplomato in Industrial Design allo IED di Milano nei primi anni Ottanta, quando si disegnava ancora a mano. Ho iniziato collaborando con Ambrogio Rossari, uno dei maestri del design per l’ambiente bagno, firmando con lui due progetti selezionati al Compasso d’Oro: una cabina doccia per Cesana e un rubinetto per Fratelli Frattini. Dopo otto anni in studio ho deciso di mettermi in proprio e di investire tutto nel mio primo Macintosh: un passaggio epocale, dal tecnigrafo al computer, che mi ha aperto le porte della grafica e della modellazione digitale. Poco dopo ho incontrato la famiglia Giovenzana, fondatrice della Gio’Style, azienda pioniera della plastica applicata al design domestico. Con loro ho ideato la linea Florì, una collezione di oggetti per la casa che ha avuto un successo internazionale, trasformando un materiale tecnico come il polipropilene in linguaggio estetico. Lo spremiagrumi, la pattumiera, i contenitori e gli accessori da cucina di Florì sono diventati vere icone: colorati, funzionali e accessibili, ma anche progettati con una cura formale che li rendeva immediatamente riconoscibili. È stato il mio primo grande laboratorio sullo stampaggio a iniezione, un’esperienza che mi ha insegnato a pensare la forma insieme al processo produttivo, con una costante attenzione al valore percettivo del prodotto.

Quando progetti un allestimento o un display per il retail, da dove parte la tua ricerca?
Dal materiale, sempre. Mi piace considerarlo un interlocutore: ogni lastra, ogni superficie ha un comportamento, un modo di reagire alla luce o alla stampa. Lo studio parte da lì, dalla comprensione fisica della materia. La forma non è mai solo estetica, ma nasce da una relazione tattile e percettiva. Voglio che chi entra in uno spazio senta il desiderio di toccare, di capire come l’oggetto è fatto. È questo dialogo tra materia, stampa e luce che dà vita al progetto.
Che ruolo gioca la stampa nel tuo processo creativo?
Un ruolo fondamentale. La stampa digitale oggi è parte integrante del design: non è decorazione, ma una tecnologia che completa la forma. Con le nuove generazioni di plotter si possono ottenere superfici tridimensionali, texture in rilievo, effetti tattili. La stampa è parte integrante del progetto, definisce la percezione e l’emozione dell’oggetto. Poi c’è la stampa 3D, che utilizzo da oltre vent’anni: dai primi prototipi sinterizzati in nylon nel 2001 alle attuali sperimentazioni in resina o argilla. È una forma di artigianato digitale che consente di trasformare un’idea in materia reale, con una libertà impensabile fino a pochi anni fa.

Come affronti oggi il tema della sostenibilità nella ricerca dei materiali per i tuoi lavori?
Con concretezza e senso critico. La sostenibilità non può essere solo un claim, deve tradursi in progetti intelligenti, pensati per durare. Ho lavorato molto con plastiche riciclate e con aziende come EcoPlast, che hanno saputo dare una seconda vita ai materiali. Credo che la vera sostenibilità sia nel progetto e nella durabilità: oggetti smontabili, riutilizzabili, compatibili con la filiera. Mi affascinano i materiali naturali o bio-based, come il micelio o la lolla di riso, ma in molti casi le soluzioni sono difficilmente industrializzabili o economicamente non sostenibili. A parer mio è più utile, oggi, migliorare le tecnologie esistenti e ridare valore alla cultura del progetto.
C’è un progetto che consideri emblematico del tuo modo di intendere il design per il retail?
Il concept store Gio’Style in Corso Matteotti, a Milano, resta uno dei miei progetti più rappresentativi. Non era un semplice negozio, ma uno spazio esperienziale dove i prodotti Florì erano presentati come opere quotidiane, immerse in un ambiente organico di superfici curve e strutture lamellari. Ho sempre pensato al retail come a un luogo di relazione, non di sola vendita.

Parliamo del progetto Elementaria. Cosa rappresenta per te?
Elementaria è nato come laboratorio di sperimentazione e dialogo tra designer, studenti, produttori e stampatori all’interno di una fiera di settore. Ogni edizione è una sfida su materiali diversi — acrilici, alluminio, cartotecnica, compositi — con l’obiettivo di esplorarne le potenzialità estetiche e comunicative. È una palestra di libertà progettuale, dove la stampa diventa linguaggio e il materiale narrazione. In un settore come quello del display design, Elementaria ha rappresentato un modo concreto per dimostrare che innovazione e cultura possono convivere.
Negli ultimi anni stai sperimentando anche con l’intelligenza artificiale. In che modo entra nel tuo processo creativo?
La considero una nuova forma di immaginazione. L’intelligenza artificiale non sostituisce il designer, ma amplifica la sua capacità di visione. La uso per generare suggestioni visive, atmosfere, moodboard che poi traduco in progetti reali. Con Midjourney, per esempio, ho creato migliaia di immagini che alimentano la mia ricerca estetica. Ma tra un’immagine generata e un oggetto costruibile c’è un abisso: servono conoscenza dei materiali, dei processi, delle proporzioni. L’AI è uno strumento straordinario se usato con consapevolezza — e con il senso critico che solo l’esperienza può dare.
Il retail fisico oggi vive una trasformazione profonda. Come ne immagini il futuro?
Credo che, dopo tanta digitalizzazione, torneremo al bisogno di esperienze sensoriali. Il negozio del futuro dovrà essere un luogo autentico, dove i materiali, la luce e il suono raccontano storie. Non più schermi e algoritmi che suggeriscono cosa comprare, ma ambienti che restituiscono umanità. Toccare una superficie, percepirne la consistenza, sentire la differenza tra una stampa e un’incisione: sono gesti che ci riconnettono con la realtà. È lì che il design, e con lui la stampa, ritrovano il loro senso più profondo.




