Il libro come luogo di esperienza, la stampa come “arte della resistenza”. La filiera italiana del libro di pregio si è raccontata alla Fiera del Libro di Francoforte, con visione, passione e strategia industriale.
In occasione dell’edizione 2024 della Fiera Internazionale del Libro di Francoforte, che ha visto l’Italia nel ruolo di Ospite d’Onore, la Federazione Carta e Grafica ha organizzato il convegno “L’eccellenza della filiera italiana nella progettazione e stampa del libro d’alta gamma”, riunendo esponenti di primo piano del settore editoriale, museale, tipografico e cartario. Obiettivo: indagare il valore culturale, tecnico e strategico del libro d’arte e di pregio – dai coffee table book ai cataloghi illustrati – come emblema di una filiera che ha fatto del Made in Italy un marchio di qualità riconosciuto a livello globale.
Un’industria che fa sistema
Emanuele Bona, consigliere della Federazione Carta e Grafica con delega all’editoria, ha tracciato una mappa precisa dell’industria italiana della carta e della stampa, sottolineando la centralità di una filiera integrata e la capacità del sistema di affrontare sfide globali come la digitalizzazione e la transizione verso la sostenibilità. «La Federazione è nata nel 2017 proprio con l’idea di mettere insieme produttori di carta, stampatori e costruttori di macchine», ha spiegato.
«È un’industria che vale 27 miliardi di euro, rappresenta l’1,3% del PIL e si distingue in Europa e nel mondo: siamo il terzo produttore mondiale di macchine per stampa e converting, e leader in settori strategici come il tissue e il book paper». Ma non si tratta solo di performance economiche. Bona ha ricordato l’impegno della Federazione su due assi fondamentali: digitalizzazione e sostenibilità. «Abbiamo sviluppato software dedicati per aiutare le imprese a misurare e comunicare l’impatto ambientale della produzione libraria. E continuiamo a promuovere progetti educativi per un uso equilibrato tra digitale e carta, specie nel mondo della scuola. Il nostro obiettivo è rafforzare una cultura industriale che sappia coniugare innovazione, responsabilità e qualità del prodotto».
Il libro come playground dell’immaginazione
Michele Lanzinger, presidente di ICOM Italia (International Council of Museums), ha offerto una riflessione profonda sul ruolo del libro d’arte all’interno dell’esperienza museale e nella società contemporanea. Il libro, sostiene Lanzinger, non è solo oggetto fisico, ma elemento di appropriazione cognitiva e sociale. «Entrare in un museo è un gesto personale e collettivo, che alimenta curiosità, costruisce relazioni, genera benessere. Il libro, in questo senso, è il prolungamento di quell’esperienza: lo porto a casa, lo metto in salotto, lo regalo, lo custodisco. Diventa mio. Diventa racconto ». Ma il legame tra museo e libro è anche progettuale. «Entrambi sono spazi di narrazione. Sono playground dell’immaginazione, strumenti che danno forma ai pensieri e identità alle comunità. Ecco perché la qualità – nella stampa, nei materiali, nella grafica – non è un dettaglio estetico, ma parte integrante della funzione culturale del libro»
Oggetto da leggere, oggetto da conservare: la lezione di Erik Spiekermann
Icona del design tipografico contemporaneo, Erik Spiekermann ha offerto una visione intensa e pratica del libro come oggetto progettato per durare. «Il libro non si butta», ha detto. «Si legge, ma si conserva. È un oggetto culturale e affettivo, fatto per essere tenuto in mano, sfogliato, esposto. E se è ben fatto, lo si regala con orgoglio». Spiekermann ha descritto il processo creativo che guida la progettazione editoriale: leggere prima di progettare, comprendere la voce dell’autore, scegliere materiali e caratteri tipografici che parlino il linguaggio del testo. «La carta, il colore, la dimensione, la grana, tutto deve contribuire a trasmettere l’atmosfera del contenuto. Un romanzo barocco non può avere lo stesso design di un reportage contemporaneo».
Ma la qualità non nasce dal caso. «Abbiamo 500 anni di regole tipografiche alle spalle. Basta seguirle: margini proporzionati, interlinea corretta, coerenza visiva. Sembra banale, ma quanti editori trascurano l’essenziale?». Spiekermann ha anche evidenziato il ruolo dell’Italia come luogo ideale per la produzione: «Stampare in Italia significa incontrare competenza, passione e cultura del dettaglio. E questo fa la differenza».

La filiera italiana di carta e stampa come rete di progetto
La parola è poi passata agli attori industriali della filiera, che hanno raccontato come stampa e produzione cartaria si stiano evolvendo da attività “a valle” a protagonisti strategici nella progettazione editoriale. Emanuele Bandecchi, direttore commerciale e marketing di Rotolito, ha raccontato l’evoluzione della figura dello stampatore: «Oggi non siamo più l’ultimo anello della catena. Entriamo nei progetti sin dall’inizio, suggeriamo materiali, finiture, soluzioni. Ogni libro è un progetto unico. Anche un libro di cucina o un romanzo young adult richiede scelte specifiche. Ecco perché la complessità è aumentata: non basta più avere macchine eccellenti, serve una cultura editoriale diffusa». Sandro Berra, responsabile culturale di Grafiche Antiga, ha parlato di stampa come arte della resistenza.
«Stampare è affrontare vincoli: quelli tecnici, quelli economici, quelli visivi. Ci sono buone macchine ovunque, ma ciò che ci distingue è la nostra cultura del fare. Stampare bene significa conoscere il progetto, capire l’intento narrativo, costruire un oggetto che generi sorpresa e valore. Per farlo servono le persone giuste, la filiera giusta». A chiudere la tavola rotonda è stato Alessandro Nardelli, international publishing coordinator di Cartiere del Garda (Lecta Group), che ha affrontato il tema della concorrenza globale e del posizionamento dell’industria cartaria italiana. «Oggi tutti producono bene: la qualità è aumentata ovunque. Ma il valore aggiunto lo fa il modo in cui pensiamo e innoviamo. Abbiamo imparato a produrre carta pensata per i libri: direzione delle fibre, tonalità, opacità, tattilità, tutto deve dialogare con il progetto. Lavorare con stampatori, editori, designer è l’unico modo per essere davvero parte attiva della filiera». Ma c’è anche un altro ingrediente: «Il Made in Italy è valore culturale, e dobbiamo continuare a investirci con creatività, coerenza e qualità».
Il futuro è di chi sa collaborare
L’incontro di Francoforte ha dimostrato quanto sia vivo e reattivo l’ecosistema italiano della stampa e dell’editoria di alta gamma. Un sistema che sa coniugare visione culturale, competenza tecnica e intelligenza industriale. Che dialoga con musei, designer, case editrici internazionali, e che si candida a interpretare un futuro sempre più complesso. Nel mondo dell’informazione istantanea e della sovraesposizione a stimoli di ogni tipo, il libro resta un oggetto pieno di senso. Un manufatto culturale che chiede tempo, cura, alleanze. Un’opera collettiva.




