Nella stampa digitale su grande formato non è solo questione di centimetri, ma di equilibri tra dimensioni e precisione per garantire qualità, planarità e continuità visiva, oltre a tutti gli aspetti che in questa filiera vanno dalla gestione del file al finishing, dalla posa alla logistica.
È il 1984 quando Sergio Galeotti e Barbara Vitti, storica PR milanese che collabora ormai da quattro anni con Giorgio Armani, hanno un’intuizione: usare anche per la moda gli stessi mezzi con cui vengono pubblicizzati detersivi, prodotti alimentari, automobili. È così che nasce una delle più grandi e iconiche affissioni: il manifesto di Armani in via Broletto a Milano.
Inizialmente ci fu «una gara di snobismo e di sconcerto tra i colleghi stilisti», racconta Tony Di Corcia nel suo Giorgio Armani. Il re della moda italiana (2019, Cairo Editore): «Dicevano: che orrore pubblicizzare la moda con i manifesti, finirà nei supermercati come i prosciutti. Si sbagliavano, consapevoli di sbagliare». In un’intervista, qualche anno dopo, Vitti ricorda che «in giro si vedevano gigantografie di detersivi e automobili, allora mi sono detta che poteva essere un modo molto interessante per presentare l’apertura dei numerosi negozi Emporio Armani in tutta Italia. Feci realizzare il mega-telone a Cinecittà. Il conto era astronomico: 150 milioni di lire. All’idea di presentarlo ad Armani, uomo molto attento ai soldi, stavo male. Ma il mio coraggio è stato premiato: quel poster gigante è stato un successo». Nel giro di pochi giorni, infatti, quell’affissione diventa “il murale di Armani”, un vero e proprio landmark che entra nelle conversazioni, negli appuntamenti, nella topografia dei milanesi. Come era stato per il negozio Fiorucci in San Babila, da allora tutti dicono “ci vediamo da Armani”. Era nata così, per le sue dimensioni, un’icona che, nello slang aziendale della Giorgio Armani, viene chiamata semplicemente “Broletto”.
Ma oggi non basta più essere grandi, per essere efficaci: occorre il giusto equilibrio tra tecnologia, scelta dei supporti, finissaggi e destinazioni d’uso. Ne abbiamo parlato con due leader di mercato come Agfa e Canon.
Quanto “in grande” si può stampare?
Dipende: nella stampa digitale su grande formato, infatti, non è solo questione di centimetri, ma di equilibri tra dimensioni e precisione per garantire qualità, planarità e continuità visiva, oltre a tutti gli aspetti che in questa filiera vanno dalla gestione del file al finishing, dalla posa alla logistica.
Se guardiamo alle macchine, le soluzioni disponibili oggi sono la bobina, o roll-to-roll, il flatbed, o soluzioni ibride modulari in grado di stampare sia su supporti rigidi che su bobina, passando facilmente dagli uni all’altra.
Le ampiezze oggi più diffuse per la tecnologia a bobina vanno da 1,6 a 3,2 m, fino ai 3,4 m di larghezza di stampa di Canon. Sono queste le fasce in cui si gioca la gran parte delle applicazioni di visual communication per il retail e le installazioni fieristiche dove è richiesta, come ci ha raccontato Giada Brugnaro di Canon, «grande versatilità ed eccezionale produttività per applicazioni su supporti flessibili e rigidi, dalla segnaletica alle stampe di interior décor per i punti vendita, fino al packaging».
Ma si può arrivare anche oltre: «I limiti sono la larghezza della luce di stampa e la lunghezza della bobina» ci spiega Massimo Costa di Agfa. «La nostra tecnologia consente di stampare un’intera bobina con un file di 5,2 metri di larghezza fino a 50 metri di lunghezza. Ma all’atto pratico, in caso di rivestimenti esterni murali, si stampano file da 5 metri per 10 o 20. Ma anche di più».
Ovviamente con una tecnologia flatbed, continua Costa, «il limite è il formato del piano, che normalmente è 3,2 x 2,05 metri o la sua metà: la nostra soluzione dedicata alla stampa di display ed espositori arriva a stampare un formato massimo di 3,2 x 1,6 m». In questa categoria, oltre alla dimensione stampabile, entrano in gioco anche la dimensione dei pannelli disponibili sul mercato, la planarità e la tenuta del materiale, e la sua superficie: un pannello troppo grande tende a flettersi, imbarcarsi o risulta ingestibile in fase di finitura. Il limite reale, spesso, è ergonomico prima che tecnologico. Per questo i produttori investono molto in tecnologie di gestione del supporto combinando sistemi di aspirazione per la tenuta con sfere e cuscini d’aria per il movimento dei materiali. «In Canon – spiega Brugnaro – impieghiamo un’azione combinata tra tecnica airflow brevettata, per mantenere diversi tipi di supporti in posizione con una mascheratura minima, e una funzione opzionale che crea un cuscino d’aria per posizionare facilmente i supporti pesanti o difficili da gestire, riducendo il rischio di danneggiamento e garantendo una registrazione uniforme». Ma cosa succede quando si utilizzano materiali porosi, ondulati o molto leggeri? «Su materiali non perfettamente planari come il legno – ricorda Costa di Agfa – diventa necessario aumentare la distanza di stampa tra il carro teste e il supporto. Qui la tecnologia diventa fondamentale per non perdere troppo di qualità, e quindi serve avere un sistema di ricalibrazione automatica del “fuoco” di stampa, ovvero ricalcolare la traiettoria che deve fare la goccia di stampa a un’altezza di sparo diversa. Il risultato finale può essere molto diverso tra i diversi produttori di sistemi di stampa”.
Quando il piano o la bobina non bastano più e occorre andare oltre la luce della macchina, non resta che ricorrere a giunzioni di più panelli; è il caso del soft signage, ovvero la stampa su tessuto, regno delle applicazioni leggere, riutilizzabili, facilmente trasportabili come fondali per eventi, pareti retroilluminate, visual modulari. Qui la grafica viene partizionata in moduli coordinati che devono combaciare alla perfezione una volta installati; ciò implica giunzioni invisibili, calcolo delle abbondanze e delle dilatazioni termiche, oltre alla coerenza cromatica tra un pannello e l’altro.

Risoluzione, una questione di equilibrio
Abituati a lavorare con formati e stampati standard, inevitabilmente ragioneremo in termini di più pixel, più qualità, ma nella stampa di grande formato si ragiona in metri più che in centimetri, e la relazione tra risoluzione del file, dimensione e distanza di visione è molto meno lineare di quanto si creda. Più l’immagine è grande, più si guarda da lontano, e man mano che la distanza aumenta, la percezione dei dettagli diminuisce. In altre parole, 20 ppi osservati da 10 metri possono apparire nitidi quanto 300 ppi da trenta centimetri.
È una questione di equilibrio ottimale tra dimensione, risoluzione, distanza e peso dei file. Un manifesto 6 x 3 m da esterno non dovrebbe mai superare i 100-120 ppi effettivi alla scala 1:1; un pannello indoor, visibile da due metri, può richiedere 150-200 ppi; un backlit da vetrina o un lightbox a distanza ravvicinata può salire a 250 ppi. Oltre questi valori, la stampa non ne ha beneficio reale perché l’occhio umano non guadagna percezione. Canon consiglia di calcolare la risoluzione in base alla distanza di visione (per esempio 100-150 dpi per outdoor) e di usare il RIP per scaling controllato.
I produttori di macchine oggi hanno messo a punto i motori di stampa che si servono di algoritmi di interpolazione e screening che trasformano la risoluzione in dettaglio visivo percepito, più che in pura densità numerica. Le tecnologie più recenti lavorano su frequenze di goccia e schemi di dithering (riduzione degli artefatti grafici) che compensano in modo intelligente la mancanza di pixel nel file; così una stampa a 600 x 600 dpi può sembrare più definita di una a 1200 x 1200 dpi nominale, se il controllo della goccia, il punto di nero e la calibrazione del supporto sono corretti.
Un errore comune è impostare il file in scala reale a 300 dpi “per sicurezza”, ma così un 5 x 2 m diventa inutilmente pesante. La buona pratica è lavorare in scala ridotta, con una risoluzione proporzionata alla scala stessa. Per esempio, 1:10 a 300 dpi equivale a 30 dpi alla scala reale: più che sufficienti per la maggior parte delle applicazioni outdoor. Insomma, si deve ragionare come Georges Seurat, piuttosto che come Canaletto.

Inchiostri e vernici sono parte del progetto
Se la preparazione dei file è così importante per la resa della stampa, a maggior ragione lo sono i materiali, soprattutto gli inchiostri. Anche nel grande formato, sono il supporto e la sua finitura a determinare la resa del colore, il suo effetto visivo e la sua durata. Ogni supporto, rigido o flessibile, lucido o assorbente si comporta in maniera diversa; per questo anche la scelta dell’inchiostro diventa parte integrante del progetto.
Nei materiali rigidi, come forex, acrilico, cartone, alluminio, legno, vetro, si ricorre alle tecnologie UV. Canon per esempio usa inchiostri UVgel che combinano i vantaggi dell’inchiostro UV con latex, che garantisce flessibilità e adesione su una vasta gamma di supporti. Gli inchiostri vengono prima fissati e poi polimerizzati con LED a bassa temperatura, offrendo precisione, colori saturi e nessuna penetrazione soprattutto nei materiali porosi o grezzi, come il cartone ondulato o i cartoncini, che si stanno affermando per la loro leggerezza e sostenibilità, ma chiedono una gestione attenta dell’assorbimento. Il risultato è una stampa subito asciutta, inodore e con una finitura uniforme e vellutata, ideale per interior design, applicazioni decorative o retroilluminate. Anche Agfa inevitabilmente ricorre all’UV in combinazione con altre soluzioni hardware per stampare materiali «più critici di altri, tra cui il vetro, che va stampato dal lato corretto e a volte anche con uso di primer. Poi c’è la litolatta, il cui esito positivo dipende dal top coating e diventa obbligatorio fare prove con diversi tipi di inchiostri, mentre per i tessili stretch entra in gioco il controllo del tensionamento che determina e adatta la tensione dei tessuti nello svolgimento e riavvolgimento della bobina».
Un discorso a parte merita il bianco che gioca un ruolo fondamentale come fondo in numerose applicazioni, non solo trasparenti. Usato come colore a sé stante deve essere coprente, mentre quando fa da fondo ad altri colori deve garantire piena compatibilità e uniformità. Gli approcci sono però diversi. Sia Canon che Agfa stampano ovviamente il bianco, ma Agfa ha un approccio più legato alla resa richiesta dal lavoro: le macchine non solo possono essere configurate in modo da stampare bianco e colore nell’ordine richiesto dal lavoro in una unica passata, ma anche di ottimizzare la frequenza di sparo delle testine in modo da adattarla alla coprenza necessaria. In questo modo non si perde in velocità perché si stampa in linea e si ottimizza il consumo. Canon invece, sceglie di «offrire un bianco coprente, stabile e altamente produttivo, con la stessa affidabilità degli inchiostri a colori. Grazie alla formulazione in gel e alla polimerizzazione UV LED, il bianco si comporta come un colore standard, garantisce coprenza uniforme su materiali scuri, traslucidi o trasparenti, con risultati visivi di forte impatto, è istantaneamente asciutto, evitando sbavature e tempi di attesa».
Sul fronte delle nobilitazioni, invece, la stampa a grande formato riserva interessanti soluzioni perché coniuga alle dimensioni anche tutta la tecnologia delle nobilitazioni digitali che creano i classici effetti non solo visivi, ma anche tattili, per non dire 3D, molto importanti soprattutto nella stampa flatbad. In casa Agfa «con diverse modalità applicative si possono realizzare finishing a tavola piena o spot, combinando aree matt insieme ad aree glossy o verniciate. Inoltre, è possibile realizzare stampe 3D sommando i canali del bianco e del colore con eventuale vernice finale. In questo caso arriviamo a spessori fino a 50-52 mm, inclusi materiali rigidi con finiture opache, lucide, testurizzate o verniciate». Anche Canon consente di ottenere effetti matt e gloss nello stesso passaggio «senza cambiare inchiostri o supporti: la differenza tra le finiture è determinata dal momento della polimerizzazione», anche a bobina, mentre nelle flatbed «si stampa praticamente ogni materiale da 0,2 mm fino a 4,5-5 cm a seconda dei modelli e si ottengono in più finiture testurizzate in rilievo con effetti materici con texture che ricordano la pelle, il legno o il tessuto».

Sicurezza e sostenibilità
Se nel grande formato la tecnologia consente ormai di stampare su quasi tutto, il vero discrimine oggi è quanto quella stampa è sicura e sostenibile, perché non viene solo utilizzata come mezzo di comunicazione all’aperto, ma sempre più spesso anche come interior design dentro showroom, uffici, hotel, scuole, ospedali, ambienti dove aria, luce e materiali entrano in contatto diretto con le persone. Normalmente si richiede il rispetto delle norme del Greenguard Gold, una certificazione rilasciata da UL (Environment) che attesta che il prodotto emette livelli molto bassi di composti organici volatili (VOC) e altre sostanze chimiche, e dell’IKEA Compliant che indica che il prodotto rispetta le specifiche ambientali e sanitarie adottate da IKEA per i materiali destinati all’arredamento e alla decorazione d’interni e che viene adottato anche come standard esterno all’azienda. Questi standard «sono spesso richiesti per applicazione fieristiche, realizzazione di espositori e in genere da chi ha necessità di proporre un prodotto green» ci dice Costa. Anche Canon è certificata Greenguard Gold ed è impegnata nel rispetto dell’ambiente ottimizzando il consumo di inchiostro e di energia elettrica.
C’è poi il tema della reazione al fuoco, cruciale nel soft signage e nelle installazioni indoor. I tessuti utilizzati per fondali, pareti e stand devono rispettare normative come la EN 13501, o le classi B1 e M1 secondo gli standard europei e francesi. Significa garantire che il materiale non propaghi la fiamma e, in caso di incendio, non rilasci sostanze tossiche. È una richiesta sempre più frequente anche di musei, centri commerciali e aeroporti o coperture di palazzi storici in fase di ristrutturazione, dove l’allestimento è temporaneo ma deve essere certificato come permanente.
«I materiali Canon per soft signage, banner e display – ricorda Brugnaro – coprono diverse applicazioni come tessuti tensionati, PVC-free, carta e film, sono progettati per garantire sicurezza antincendio senza compromettere qualità di stampa e stabilità dimensionale, e sono tutti corredati di certificazione che assicura trasparenza e conformità per ogni progetto».
Infine, c’è la sostenibilità operativa, quella meno visibile ma più concreta: macchine che si accendono e spengono in automatico, sistemi di manutenzione autonoma, recupero dell’inchiostro, cartucce riciclabili e riduzione dei tempi di riscaldamento nel rispetto degli standard Energy Star e Epeat Gold. Sono dettagli entrati stabilmente nei capitolati di fornitura e, nel bilancio ambientale e produttivo, pesano quanto la resa estetica, la forza della comunicazione e la qualità realizzativa.



